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Utilizzo fraudolento della carta di credito e responsabilità della Banca
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Utilizzo fraudolento della carta di credito e responsabilità della Banca
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Utilizzo fraudolento della carta di credito e responsabilità della Banca

In caso di illegittimo utilizzo di una carta di credito, la Banca o la società che eccepisca la colpa del titolare per negligente custodia della stessa ha l'onere di provare tale negligenza; quest'ultima non può, invece, essere ritenuta sussistente in re ipsa.

Il medesimo principio emerge anche dal D.Lgs. 11/2010, normativa adottata in recepimento della direttiva europea 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno e posta a prevalente tutela del cliente.

L'art. 10, comma 2 del suddetto decreto dispone infatti che "quando l'utilizzatore di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un'operazione di pagamento eseguita, l'utilizzo di uno strumento di pagamento registrato dal prestatore di servizi di pagamento non è di per sé necessariamente sufficiente a dimostrare che l'operazione sia stata autorizzata dall'utilizzatore medesimo, né che questi abbia agito in modo fraudolento o non abbia adempiuto con dolo o colpa grave a uno o più degli obblighi di cui all'art. 7", ossia obblighi di immediata comunicazione dell'intervenuto furto o smarrimento.

Ne consegue che il consenso del titolare della carta al pagamento che risulta dalla stessa effettuato non può mai essere considerato presunto. Ed anzi, in caso di contestazione da parte dell'utilizzatore, è onere della Banca provare o che il pagamento fosse stato, invece, autorizzato dall'utilizzatore, ovvero che debba riconoscersi in capo allo stesso una colpa grave per negligenza nella custodia della carta o del codice pin. Prova che, nel caso in esame, non risulta acquisita nel procedimento di primo grado.

Nella fattispecie de qua, non pare sia stata correttamente provata neanche l'eccezione formulata dalla Banca relativa alla violazione da parte del cliente degli obblighi di cui all'art. 7, D.Lgs. 11/2010, di immediata comunicazione dello smarrimento. Infatti, la comunicazione effettuata dopo sole 48 ore dal fatto non pare possa essere considerata anomala o avvenuta con "irragionevole ritardo", ben potendo il titolare aver avuto conoscenza solo in quella data dell'avvenuto smarrimento.

Quanto all'eccezione di inadempimento della Banca all'obbligo di approntare un sistema di sicurezza adeguato per i propri clienti, quest'ultima pare fondata.

Ricade infatti sulla Banca un obbligo di diligenza di tipo professionale nell'adempimento delle proprie obbligazioni, sancito dall'art. 1176, comma 2 c.c., ai sensi del quale l'istituto di credito è tenuto ad adempiere le proprie prestazioni con la diligenza altamente qualificata del c.d. "accorto banchiere". La natura tecnica e professionale di questa responsabilità, già ribadita assai di frequente dalla giurisprudenza di merito e dell'ABF, è stata di recente confermata anche dalla Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 16333 del 04.08.2016. Con tale decisione la Corte ha affermato che, perfino nei casi in cui il cliente non abbia osservato il proprio obbligo di tempestiva denuncia di smarrimento della carta, la Banca è comunque tenuta ad assumere tutte le misure idonee a garantire la sicurezza del servizio, evitando al titolare qualsiasi danno patrimoniale che possa derivarne.

La responsabilità derivante dal fraudolento utilizzo della carta di credito, generalmente, ricade sull'istituto di credito proprio in ragione del rischio d'impresa che caratterizza l'attività professionale dallo stesso svolta.

Nel caso di specie, la Banca non ha adottato tutte le misure di sicurezza idonee a tutelare il titolare della carta, laddove ha autorizzato un pagamento che non avrebbe dovuto autorizzare. Invero, emerge dall'estratto conto che, in ragione delle operazioni fraudolentemente effettuate in seguito allo smarrimento, la carta raggiungeva e superava il limite massimo di utilizzo mensile. Ora, avendo le parti concordato un siffatto limite, la Banca non avrebbe dovuto né potuto autorizzare le ultime operazioni compiute, attraverso le quali si determinava lo sconfinamento di quel limite. Ovvero, al più, l'istituto di credito avrebbe dovuto tempestivamente comunicare al proprio cliente tale anomalia.

Questo è quanto chiarito dalla Tribunale di Catania - Sezione IV - Sentenza del 17 aprile 2020, n. 1324.