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La Cassazione torna sulla responsabilità ex art. 43 legge assegni
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La Cassazione torna sulla responsabilità ex art. 43 legge assegni
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Le Sezioni Unite della Suprema Corte, nella sentenza n. 12477 del 21.5.2018, hanno enunciato il principio di diritto secondo cui la natura contrattuale della responsabilità della banca ex art. 43 legge assegni (già affermata dalle S.U. nella sentenza n. 14712 del 2007) renda non più sostenibile la tesi secondo cui la banca debba rispondere comunque, anche a prescindere dalla sussistenza dell'elemento della colpa nell'errore sulla identificazione del prenditore, essendo l'istituto ammesso a provare che l'inadempimento non gli è imputabile, per avere assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall'art. 1176, comma 2, cod. civ. (pur configurandosi la responsabilità ex art. 43, comma 2, legge citata, in ragione della qualità di operatore professionale dell'istituto di credito, ai sensi dell'art. 1176, comma 2, cod. civ, anche in caso di colpa lieve).

Nel caso di specie, è quindi erronea l'affermazione della Corte d'Appello secondo cui la banca sarebbe in ogni caso responsabile ex art 43 legge assegni, e ciò a prescindere dall'elemento della colpa nell'identificazione del prenditore che ha incassato abusivamente il titolo.

Non è neppure immune da censure la motivazione alternativa con cui il giudice di secondo grado ha comunque ritenuto sussistente il profilo della colpa, sul rilievo che la prova fornita dall'istituto di credito - consistita nell'aver documentato di aver identificato il prenditore del titolo previa esibizione della carta di identità e del tesserino attributivo del codice fiscale (secondo quanto ricostruito dal giudice di primo grado e non messo in discussione nel grado d'appello) - non sarebbe stata idonea alla liberazione del debitore.

Va premesso che questa Corte, nella sentenza n. 34107/2019, ha già rilevato che l'attività di identificazione delle persone fisiche avviene normalmente tramite il riscontro di un solo documento d'identità personale (carta d'identità, passaporto ovvero patente di guida), sia nell'ambito delle attività aventi rilevanza pubblicistica, sia nell'ambito dell'attività negoziale tra privati. Ne consegue che una regola di condotta, che imponga prudenzialmente ulteriori accertamenti, non è rintracciabile neanche negli standard valutativi di matrice sociale ovvero ricavabili all'interno dell'ordinamento positivo.

Deve, altresì, osservarsi che proprio nei rapporti tra intermediari e clientela - e non vi è dubbio che quello in esame rientri proprio in questa tipologia, essendo pacifico in causa che l'abusivo prenditore del titolo, prima di provvedere al suo incasso, aveva aperto un libretto di risparmio postale su cui poi aveva versato l'assegno - l'art. 19 del d.lgs n. 231/2007 (c.d. legge antiriciclaggio), avente ad oggetto le modalità di adempimento degli obblighi di adeguata verifica della clientela, prevede, al comma 1° lett a), che l'identificazione e la verifica della clientela debba essere svolta, in presenza del cliente, con il semplice controllo del documento di identità non scaduto prima della instaurazione del rapporto continuativo. È imposto, invece, alla lett b), che l'identificazione e verifica dell'identità del cliente avvenga mediante l'adozione di misure adeguate e commisurate di rischio, anche attraverso il ricorso a pubblici registri, elenchi, etc., solo se la clientela sia costituita da persone giuridiche, trust o soggetti analoghi, al fine di individuare i soggetti dotati di poteri rappresentativi.

Dunque, anche la legge antiriciclaggio, che si occupa della disciplina dei rapporti degli istituti di credito con i clienti, non ha stabilito modalità più rigorose nella identificazione dei correntisti.

Ne consegue che l'impostazione della Corte d'Appello di non ritenere in nessun modo liberatoria la prova dell'avvenuta identificazione con documento di identità si pone in contrasto con i principi dell'ordinamento e con gli standard valutativi esistenti nella realtà sociale.

Va, infine, comunque precisato che la carta d'identità (così come il passaporto, la patente o altro documento valido di identificazione) costituisce uno strumento sufficiente per una diligenza identificazione purché non siano rilevabili sul documento segni o altri indizi di falsità.

Così si è espressa la Cassazione civile - Sezione I - Ordinanza del 12 febbraio 2021, n. 3649.